Water no more water

Il problema delle reti di distribuzione è il costo di installazione. Non esistono reti che sia vantaggioso installare.

Anche la meno “pesante” delle reti, quella telefonica, ha un ROI dell’ordine dei 15 anni. E’ ovvio che nessun privato la dislocherebbe mai.

Le reti devono necessariamente “nascere” pubbliche ed eventualmente “morire” private.

Il costo di installazione deve necessariamente essere redistribuito tramite il meccanismo della strutturazione del costo tramite l’accesso al credito incondizionato della contabilità generale (dello Stato).

Tutt’al più, in alcuni peasi “liberisti” l’istallazione delle reti è avvenuta con finanziamenti pubblici ad imprese private, ma la sostanza cambia assai poco.

Quello della privatizzione delle reti di distribuzione è una naturale evoluzione della fornitura di serivizi.

C’è un conflitto con la logica liberista però:
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Crisi? Quale crisi?

Volevo postare una riflessione sulla riduzione dell’incremento dell’aggregato monetario M3 nell’area Euro, ma il data-warehouse della BCE è oggi off-line… sarà per un’altra volta. Però… ho trovato questi tre interessantissimi grafici:

Confronto tra le crisi, valori nominali, senza aggiustamenti.

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Risvegli

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Assecondando una temporanea oscillazione stabile, oggi “quoto” una testimonianza di un “risveglio” individuale.

Ogni risveglio è intimo, privato. È individuale ed individualista che segue per ognuno una traccia diversa appena percettibile solo in quegli attimi in cui si è realmente in contatto con se stessi. Eppure… ogni risveglio è pubblico, trascinante, euforico e degno di essere condiviso.

Qual’è il vostro?

Poetico, rinfrescante, qui:

Questo luogo è stato testimone di un ‘risveglio’ che, non era stato programmato ma si è manifestato in corso d’opera e, oggi, quel percorso ha preso forma, una forma ben precisa, la mia forma.

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La mia America. Un anno dopo

A distanza di un anno esatto sono tornato negli USA.
Oltre a farmi una vacanza, volevo vedere cosa è cambiato nell’anno della “peggiore” crisi economica della Storia.
Come per lo scorso viaggio, ho cercato, per quanto possibile, di evitare famose catene di ristorati e alberghi, autostrade e percorsi particolarmente “per turisti”.
Quest’anno però, prima, sono tornato in UK, anche qui alla ricerca dei cambiamenti e delle tracce della crisi.
London vs. New York City: 1-0
La prima cosa che ho notato a Londra è stata l’inflazione. L’abbonamento settimanale della metro (per le zone 1,2 e 3) costa ora £ 31, mentre sei mesi fa costava ancora £ 27. Il solito menù al mio ristorante giapponese preferito £ 60, anziché £ 45, e £ 40 anziché £ 30 dal pachistano di rito.
In giro c’è visibilmente meno gente. Abbastanza insolito un Covent Garden semideserto di sabato sera…
Parlando con qualche amico trader della City si percepisce sconcerto e pessimismo. Il responsabile del centro studi di una “Premier investment bank”, vede nero: crisi di 50 anni.
Qualcuno più operativo prevede un collasso del British Pound, ma non l’annessione all’euro. Ho avuto la netta sensazione che nessuno avesse realmente capito cosa sia successo e perché, tutti strenuamente legati ad un paradigma interpretativo confuso e incoerente che, nonostante non spieghi loro l’accaduto, non riescono ad abbandonare. Ancora tutti concentrati e tesi nell’attesa della ripresa e della regolarizzazione dei parametri per ricominciare esattamente con il solito gioco di sempre.
Ho dato un’occhiata ai prezzi delle case in vendita e affitto, come sosteneva Douglas Duahni di Harvard, mio docente di urbanistica, i prezzi degli immobili di pregio non calano mai. Guardando gli affitti di Savillis, agenzia immobiliare specializzata in immobili di pregio,  bisogna dargli ragione:
Dato che per due camere con terrazzo ad Hampstead vi chiedono la bellezza di £ 3250 a settimana, ossia circa € 15.550 al mese…
Qui finiscono le “tracce” visibili della crisi.
Per il resto, è sempre la solita Londra.
Ancora molti cantieri aperti, alcuni enormi, qualcuno fermo (la torre alta 400 metri di un magnate arabo a South River Bank). Un segno dei tempi che cambiano… dietro al grattacielo di Sir Norman Foster, dove sorgeva la torre del Monte dei Paschi di Siena, ancora in demolizione sei mesi fa, è già completa la struttura in acciaio del nuovo grattacielo che ne ha preso il posto.
Qui le grandi opere si realizzano. A volte per svenderle a GoldmanSachs , come nel caso del tunnel sotto la Manica (il Governo Inglese ne ha annunciato la “vendita”, ma l’opera, del tutto infruttuosa, è già interamente ipotecata da un consorzio di banche facente capo al funesto demiurgo sopra menzionato), altre in fase di realizzazione come lo sconfinato cantiere a sud dei Docklands dove dovrebbe sorgere il tormentato (il costo si raddoppia più o meno una volta al mese) nuovo villaggio olimpico…
Sarà pure un’applicazione estrema della dottrina di Keyness… certo è che se delle “grandi opere” si parla solo, difficile che possano produrre qualche effetto sull’economia.
A proposito… In settimana il nostro Ministro dei Lavori Pubblici ha annunciato l’apertura del cantiere per la costruzione del Ponte Sullo Stretto di Messina, opera della quale si sogna dai tempi nientemeno che di Leonardo Da Vinci, egli stesso autore di un progetto per quel ponte. Dimenticato per secoli, negli anni sessanta fu coinvolto l’ingegner Nervi che cantonò completamente il progetto… dato che negli anni ’80 gli ingegneri giapponesi che volevano costruire il ponte più lungo del mondo impiegarono ben 17 anni per sviluppare una nuova teoria di progetto, poiché in galleria del vento si resero conto che la sezione aerodinamica ipotizzata da Nervi, non avrebbe mai funzionato. Vedremo con quale teoria di progetto Berlusconi (e l’Inpregilo of course…) vorranno costruire questa grande opera quasi 1300 metri più lunga del più lungo ponte… ma questa è un’altra storia.
Le notizie di politica inglese sono demenziali né più e né meno delle nostrane e, come di consueto, compaiono inframezzate da Briteny Spears, o chi per lei, e dal solito assortimento di notizie morbose/irrilevanti. Questa volta, incredibilmente, LondonLite, il quotidiano gratuito che milioni di londoners si scambiano tra una fermata e l’altra del Tube, riporta delle esternazioni di Brunetta circa il golpe, a suo dire, orchestrato da “La Repubblica”.
Dopo quasi dieci anni dalla tremenda recrudescenza del fenomeno delle  Baby-gang, gli inglesi cominciano a porsi delle domande. Sarà mica colpa del “bad parenting”? Attenzione alla sottigliezza… si tenta di dare la “colpa” alla famiglia, al mestiere dei genitori… ma è già un passo avanti, forse tra altri cinque anni gli inglesi cominceranno a chiedersi: “sarà mica colpa di chi a distrutto la famiglia? Consentito immigrazione indiscriminata? Creato una classe di intoccabili? Rincoglionito gli inglesi col politically correct?”. Mentre gli inglesi si arrovellano alla ricerca della soluzione dell’arcano, la polizia continua ad arruolare “unpaied voluteers” per pattugliare, armati, le strade di Londra. Ho come la sensazione che il profilo psicologico di uno che ha voglia di pattugliare gratis le strade in cerca di baby gang non aiuterà la soluzione dell’arcano.
Ho fatto anche un giro in East Anglia nella cittadina di Colchester fino sul mare a Clacton-on-Sea.
La sensazione che la provincia inglese trasmette non è piacevole. Anche nei centri piccoli i teenager sono turbati quanto, se non peggio, che a Londra. Sia a Colchester che nella piccola Clacton è facile imbattersi in gruppi di ragazzini inselvatichiti incapaci di rapporti interpersonali che non siano urla e manifestazioni di violenza.
Un po’ ovunque spuntano negozi come questo:
Non un buon segno.
Clacton-on-Sea un tempo resort di lusso, è oggi una accozzaglia di “amusements”. Bische, squallidissimi casinò ed un molo invaso da una parco giochi straodinariamente kitch.
Complessivamente la campagna inglese mi è sembrata piuttosto mal messa. Poco vitale, poca gente, giovani invisibili, ragazzini problematici.
New York City
Il primo contatto con NYC è stato deludente, l’aeroporto JFK è vecchio, sporco e mal tenuto. London Stanstead o Heathrow sono incomparabilmente più scenografici ed architettonicamente interessanti, nonché meglio organizzati e mantenuti.
A New York ho affittato un mini appartamento a Brooklyn Hights, bel quartiere, tranquillo e vitale, con molti ristoranti interessanti, sempre aperti, su Ocean Avenue, tra cui l’ottimo giapponese Hibino.
Il primo contatto con Manhattan è stato anch’esso deludente. La città è caotica e rumorosa, l’ordine di Londra è lontano… Sono i giorni dell’ennesimo meeting dell’ONU, del tutto irrilevante come al solito se non fosse per le dichiarazioni di Gheddafi e quelle di Obama che vuole iniziare sovvenzionare con denaro pubblico, che non ha, le compagnie petrolifere, e forse per questo ogni incrocio di Manhattan è presidiato dalla polizia, ma la sensazione sgradevole.
Arrivo a Ground Zero, dove dopo otto anni c’è ancora solo un gran buco per terra circondato da altarini e bancarelle di Kebab Halal. Davvero una brutta performance in confronto alla velocità con cui tirano su i grattacieli a Londra…
Ad un isolato di distanza c’è la Chiesa di Saint Paul, oggi adibita a memoriale degli attentati 9/11 dove campeggiano strani simboli e la conferma che sotto le torri c’era “qualcosa” che ha bruciato per oltre tre mesi…
Attraverso a piedi Lower East End, fino quasi a Central Park attraverso China Town e Little Italy… piccola concessione turisticheggiante. L’impressione è che tutto sia rimasto agli anni settanta, tutto un po’ vecchio, mal ridotto, faticosamente mantenuto e tutto poco interessante e molto sporco, tranne i negozi di pesce di Chiana Town dove ho visto specie di granchi blu mai viste prima e ottimo pesce fresco ancora vivo sui banconi. Interessante anche il tempio buddista di Chiana Town, isola di silenzio nel caos assordante. Il tutto però non è documentato perché mi è stata rubata la macchina fotografica…
Approfittando del dollaro in caduta libera, ricompro la macchina fotografica e comincio a spostarmi in metropolitana.
La metro cade letteralmente a pezzi è ovunque sporca e maleodorante, inoltre in quei giorni fa caldissimo, le piattaforme dove attendo il treno sono umide e la temperatura sfiora i 40°C. Le carrozze dei treni invece sono climatizzate oltre ogni ragionevole misura… Tanto che al terzo giorno di metro, e di raffreddore, a causa di una incipiente bronchite, devo anche sperimentare il famigerato servizio sanitario pubblico americano… per ottenere la prescrizione di un antibiotico.
L’infermiera di colore che mi registra mi racconta tutta la sua vita e del suo viaggio in crociera in Italia e mi chiede cosa ci sia di bello da vedere in Sicilia, meta del suo prossimo viaggio. Dopo aver valutato la stazza… le consiglio i dolci. In ogni caso… in 22 minuti d’orologio vengo registrato, visitato e fornito della prescrizione, al San Camillo di Roma con una gamba rotta, qualche anno fa, dovetti aspettare 6 ore per essere registrato. Sono in attesa del conto… vi farò sapere.
Oltre ad abbondante polizia ad ogni angolo ci sono “traffic assistants”. Persone, rigorosamente di colore, che vi “aiutano” ad attraversare la strada incitandovi quando sta per diventare rosso… Dall’uniforme si direbbero dipendenti del comune… Keyness alla riscossa anche a NYC? D’altronde non si può attribuire a Keyness l’invenzione di ogni professione inutile… perché qui se ne trovano tante: in giro per l’Empire State Building, ad esempio, si trova una discreta quantità di persone con il solo ruolo di dirvi “good morning how are you?” o di lasciarvi un volantino in mano.
Dati i miei trascorsi professionali sono ipersensibile all’urbanistica. New York City è per diverse e contrastanti ragioni una sorpresa.
Quando si parla di New York City, in realtà si parla di Manhattan e Brooklyn. Ma New York City non è Manhattan. A Manhattan infatti vivono un milione e mezzo di persone, mentre a New York ne vivono 15 milioni.
Lo Stato di New York si chiama Empire State, New York City è o non è la capitale dell’Impero? È o non è la capitale del Capitalismo? Eppure… 13,5 milioni di newyorkesi vivono stipati in quartieri così:
Basta spingere appena un po’ lo sguardo oltre la sfavillante Manhattan per scoprire che il Bronx, Queens, buona parte di Brooklyn, sono così.
La stessa identica edilizia, e lo stesso identico impianto urbanistico, lo si ritrova qui:
Shanghai, Hong Kong, Pechino. Il nuovo disumano che ha divorato il vecchio e genuino, originale, umano tessuto urbanistico che sanciva la differenza tra un ambiente dove degli esseri umani possono crescere e vivere, ed un luogo dove ammucchiare dei pupazzi di carne animati lo stretto necessario tra una giornata di sfruttamento e la successiva.
Oppure, in proporzioni minori, nelle periferie di Roma e Milano edificate negli anni settanta.
A Londra orrori di questa dimensione non ce ne sono e, per quando anche lei afflitta da gravi problemi di malavita e violenza, almeno… l’impianto urbanistico conferisce al tessuto urbano la possibilità di accogliere una vita normale.
Una discorso a sé meritano i simboli. Al di là del significato stesso della “torre” o “grattacielo” (da sempre in uso, dagli obelischi egiziani, alle torri medievali italiane eccetera) come simbolo di potere e dell’incredibile similitudine tra la City di New York e quella di Londra (con alcuni grattacieli gemelli) con il ruolo duale con Canary Wharf e Mid Town a NYC, qui i simboli sono clamorosamente osteggiati.
Significativo è l’ingresso del Rockefeller Center:
Dove la metafora mondialista di tutte le bandiere del Mondo si staglia sullo sfondo di un orgia di simboli e filosofia massonica. Un po’ ovunque in giro per Manhattan si trovano piramidi, compassi, adoratori dell’impero del sole e l’intero campionario della simbologia esoterica massonica, così eccessivamente e palesemente mostrato ovunque da sembrare quasi falso…
Anche qui… il paragone con Londra mostra un “salto di livello” a favore della città europea, dove i simboli sono assai più discreti ed intellegibili. Nella foto il gate di accesso al “Millenium Bridge”, in asse con la cattedrale di Saint Paul, dove si intravede, solo in certe condizioni di luce, il logo della banca HSBC, che è composto dalle proiezioni ortogonali di una piramide quadrata, con dietro la sede centrale del “Salvation Army”.
Come durante il mio scorso viaggio in USA ho guardato complessivamente 5 minuti di televisione. Questa volta MSNBC, per restarne nuovamente sconcertato. I giornalisti delle TV usa sono appassionatamente “coinvolti” in ciò che leggono. L’occasione era diffondere la paura dell’inflazione, la giovane giornalista dava l’impressione di padroneggiare l’economia più o meno con la stessa dimestichezza con cui io potrei eseguire un trapianto di cuore avendo ricevuto queste istruzioni: “prima tagli il petto, levi il vecchio cuore, metti il nuovo e chiudi bene”. L’intervistato era un docente di economia e l’intervista procedeva circa così:
Q: “allora c’è il rischio di inflazione, hanno stampato tutti quei soldi dal nulla, ma non è folle?”
A: “Si certo è folle davvero!”
Q: “Ah si è folle!”
A: “Si te l’ho detto… ora rischiamo iperinflazione per aver salvato tutte quelle persone indebitate che non potevano più pagare i loro mutui!”
Q: “Ah si… lo dicevo!”
Eccetera…
Di cosa si preoccupano gli americani? Stando alla stampa, la morte di Detroit desta particolare tristezza:
L’articolo è interessante e non “politically correct”. Oltre al declino dell’industria dell’auto, per incapacità di capire le sfide provenienti dal Giappone, sostiene il giornalista, che al declino e morte di Detroit ha contribuito in modo determinante il ventennio del sindaco negro andato al potere col motto:”adesso tocca a noi!”… ed in effetti… in due mandati e vent’anni di amministrazione e corruzione in puro stile tribale africano, la città sta morendo al ritmo di 10.000 famiglie all’anno. Davvero niente male…
Altro grattacapo degli americani è l’imbarazzante figura di Obama. Decisamente esausti dopo due mandati di G.W.Bush, gli americani non si aspettavano uno sparaballe del calibro di Hussein Obama, che, come del tutto prevedibile, sta suscitando odio invece che speranza:
La rivista New York pubblica un rapporto dettagliato ed inquietante sugli ampi movimenti contro il neo premio Nobel alla speranza.
Ve lo immaginate voi un magazine italiano che pubblica il faccione giocondo del nostro presidente con questa scritte?
Nemmeno io… il che mi fa pensare… che tutto sommato, la libertà di stampa in USA goda di salute nettamente migliore che in Italia.
In macchina, mentre procedo verso Nord seguendo la litoranea, ascolto un dibattito sulla crisi ed il ruolo del Medio Oriente tra un sedicente esperto di cose mediorientali, una tizia qualsiasi al telefono e lo speaker, ovviamente… la soluzione della crisi, tutti e tre d’accordo, passa dall’apertura dei mercati mediorientali agli USA e all’adesione di quei Paesi al WTO… non avevo dubbi!
Uscire da NYC richiede circa 3 ore di traffico, poi… tutto cambia.

A distanza di un anno esatto sono tornato negli USA.

Oltre a farmi una vacanza, volevo vedere cosa è cambiato nell’anno della “peggiore” crisi economica della Storia.

Ho percorso circa 4000 km attraversando in automobile gli stati di New York, Connecticut, Massachusetts, New Hampshire e Vermont.

Come per lo scorso viaggio, ho cercato, per quanto possibile, di evitare famose catene di ristorati e alberghi, autostrade e percorsi particolarmente “per turisti”.

Quest’anno però, prima, sono tornato in UK, anche qui alla ricerca dei cambiamenti e delle tracce della crisi.

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Bullshit escalation…

La “Squadra Cazzate” di Workingideas si è infiltrata nel comitato per l’assegnazione dell’ambito Premio Nobel, dove in segreto, ha immortalato il momento dell’assegnazione del premio ad Obama:

Il momento dell'assegnazione del Nobel per Speranza... per la Pace, ad Obama.

Il momento dell'assegnazione del Nobel per la Speranza... per l'ipotetica Pace futura, ad Obama.

Fuori dalla ballroom, durante la magnata, si discuteva anche se istituire le nuove categorie di premio:

Nobel per l’esportazione della Democrazia senza bombe

Nobel per la riduzione delle emissioni di Cazzate

Nobel per metodi deflattivi non violenti

The Juggler – part 5 – Conclusion


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The cover of "Innuendo" by the "Queen"

Cosa fare dopo il risveglio?

Questa è la vera domanda.

Gli scettici dicono: niente. Ora che abbiamo capito, non c’è nulla che possiamo fare. E tornano a chiudere gli occhi a causa della stessa fortissima tentazione narcisista che per non sopportare lo stress della responsabilità ci porta a negare i nostri sentimenti. Read More…

The Juggler – part 4 – Narcissism

Ma anocra non basta.

Come fa questo condizionamento ad “entrarci dentro” così in profondità da renderci controllabili e complici inconsapevoli per tutta la vita? Come mai le umiliazioni, la routine mortale, la bruttezza subite nell’infanzia ci condizionano per sempre?

Vedere chiaramente quali sono tutti i modi con cui il Potere si “infiltra” nella mente della gente è forse impossibile. Una straordinaria ed a suo modo sconvolgente e lucida analisi l’ha fatta molti anni fa Eric Hoffer nel sui libro “The True Believer”

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Eric Hoffer

Hoffer ha esplorato e categorizzato le tipologie di individui ed il modo elaborato dal Potere per interferire con ciascuna tipologia, con ciascun carattere. Il “grimaldello” è sempre l’alienazione, la negazione del sè. Alexander Lowen, psicologo americano contemporaneo, ha involontariamente concluso l’opera di Hoffer descrivendo con sorprendente chiarezza quali sono i meccanismi psicologi individuali con i quali l’alienazione si propaga tra gli individui attraverso il narcisisimo.

Narcissism. Denial of true self

Narcissism. Denial of true self

bias cognitivi
Molti blogger ed autori vari soffrono, a mio avviso, di un forte bias cognitivo. Semplificando, se ad esempio, al telegiornale della “RAI” o su “La Repubblica” vengono diffuse cattive notizie, bene. Esse vengono assunte vere con molta meno acrimonia critica di quando invece gli stessi organi di propaganda finanziati dal Regime inneggiano all’ottimismo ed al classico “pane e figa per tutti” tanto amato dai nostri intrattenitori.

Cioè si tende a “vedere” solo alcune notizione ed ad ignorarne altre. In particolare… quelle che possano in qualche modo avvalorare le tesi “catastrofiste” e/o “complottiste” vengono vissute come una conferma della propria via interpretativa allo stesso modo di come i numerosi articoli e notizie palesemente tendenziose vengono considerati una conferma della imminente catastrofe e complotto.

Quindi in qualche modo si ha fede esclusivamente nella propria idea, il che non costituisce nulla di male, ma… occorre essere consapevoli del bias cognitivo che trasforma un perscorso di ricerca razionale in fede. Read More…

The Juggler – part 3 – Denial of the true self

Condizionamento al controllo e la negazione del vero sé
Andriamo dritti al cuore della faccenda… vediamo dove tutto questo nasce:

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Esterno della Scuola Media Statale Alessandro Manzoni

Il cortile per la "ricreazione" della Scuola Media Statale Alessandro Manzoni

Il cortile per la "ricreazione" della Scuola Media Statale Alessandro Manzoni

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Esterno del Liceo Scientifico Statale G. B. Morgagni

Il varco d'ingresso che da il "benvenuto" agli studenti dal Liceo Morgagni.

Il varco d'ingresso che da il "benvenuto" agli studenti dal Liceo Morgagni.

Questi capolavori di legiadrìa ed estro creativo in calcestruzzo armato non sono un carcere, ma una scuola media ed un liceo di Roma scelti a caso tra le decine di migliaia sparse in tutta Italia. Sono sicuro che voi avete studiato in una scuola più o meno uguale, se non identica, a queste.

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The Juggler – part 2 – Crisis? What crisis?

Crisis? What crisis?

Crisis? What crisis?

Not if, but when?

Che la disponibilità di energie fossili abbia un limite è fuori di dubbio. Quando questo limite verrà raggiunto è assai più complesso da definire.

Diverse rappresentazioni del picco di Hubbert

Diverse rappresentazioni del picco di Hubbert

Come discusso in altri blog (qui) un’ipotesi interessante che questa crisi ha in qualche modo riproposto d’attualità, è il legame tra la produzione ex-nihilo di aggregati monetari ed i consumi energetici, e quindi la durata nel tempo delle risorse fossili.

Liberiamoci immediatamente della paccottiglia populista a là “protocollo di Kyoto”, o a là “ci sono le energie alternative”. Non ci sono energie alternative, ci sono solo energie rinnovabili. Il protocollo di Kyoto è palesemente irrealizzabile.

Detto questo, tanto per sgombrare il campo da boiate ambientaliste, è stato discusso in modo molto interessante sul libro di Andrea De Marchi “Inflazione Malattia Primaria” la relazione, almeno a livello qualitativo, tra politcy monetarie e consumi. A livello quantitativo il modello di Vicksell discusso qui da Leonardo Baggiani, descrive correttamente questa dinamica.

La produzione di beni di consumo comporta consumi energetici. Sebbene la globalizzazione, anch’essa fortemente guidata dalle policy monetarie, abbia realizzato una ottimizzazione e riallocazione della produzione, il vantaggio in termini di consumi energetici che ne è scaturito è stato interamente assorbito dall’enorme incremento di produzione e consumo. Read More…

The Juggler – part 1

The Juggler

This send-up of the plurality of worlds appeared in Un autre monde (Another World, 1844). The artist, J. J. Grandville (pseudonym of Jean-Ignace-Isidore Gérard), may have been satirizing the utopian cosmology of Charles Fourier (1772-1837), who envisioned a future in which humanity would join the stars in universal harmony.

La complessità

Inseguo “qualcosa” di complesso e mutevole. Restare nell’iperuranio delle idee richiede un esercizio continuo di discernimento tra le immagini, i simboli, a cui il proprio ego è attaccato e la realtà emozionale del “vero sè”. Mi sento un giocoliere con troppi birilli da far volteggiare in aria.

I momenti in cui tutto appare più chiaro sono quelli in qui la fede nelle idee è più forte, ma anche quelli in qui le idee sono più semplici. Non ho fiducia nella capacità dell’uomo di gestire la complessità, quando le idee diventano troppo complesse diventano anche inefficaci.

La complessità che funziona è quella che sfrutta l’immanenza di se medesima. Un gruppo eterogeneo di interessi si coordina indipendentemente dalla complessità fintanto che, per il raggiungimento dei propri scopi, i sottogruppi di interesse concorrono al raggiungimento degli obiettivi dei sottogruppi terzi.

Quando aprii questo blog scrissi un post che non ho mai pubblicato. Una riga del post diceva:

“traccerò una linea tra me e la libertà”

Volevo capire, volevo cambiare. Sono cambiato, ho capito molto, ma ho capito che una vita non basta. C’è troppo da capire, troppo da studiare, troppo da vedere.

Inseguendo idee che funzionino, che spieghino sempre meglio il presente e che, possibilmente consentano di prevedere il futuro, la complessità delle stesse è cresciuta a dismisura diventando inutilizzabili. Not working anymore.

Then… back to basics.

La vera domanda è: “Come è potuto succedere? Perché continua a succedere? Come funziona l’inganno del Potere? E’ veramente un inganno? Oppure l’esistenza del Potere è connaturata all’essere umano? E’ il Potere immanente? E’ quindi la Storia il Potere?”

Cosa può succedere se non succede niente? Read More…