Leggo ovunque lamentele e richieste indirizzate ai soggetti sbagliati. Leggo di idee retrograde come di persone che camminano in avanti con la testa rivolta all’indietro. Vedo gli effetti del corto-circuito sociale per cui le soluzioni proposte da chi protesta coincidono con i desideri dei soggetti oggetto delle proteste stesse.
Tento di individuare dei presupposti. Delle idee di partenza, non accademiche, non statali. Mi libro in un sistema non istituzionalizzato, navigo a vista… e mi fido del mio istinto. Annoto ciò che attrae la mia attenzione per rileggerlo ed integrarlo o cestinarlo.
Un giorno traccerò un diagramma, da una parte ci sono io, dall’altra c’è la Libertà, ed in mezzo idee che funzionano: WorkingIdeas.
Commuting accross London ieri mattina mi sono imbattuto in questo passo, tratto da “Nineteen Eighty-Four” di George Orwell:
His (Winton’s) mind slid away into the labyrinthine world of doublethink.
To know and not to know, to be conscious of complete truthfulness while telling carefully-constructed lies, to hold simultaneously two opinions which cancelled out, knowing them to be contradictory and believing in both of them; to use logic against logic, to repudiate morality while laying claim to it, to believe that democracy was impossible and that the Party was the guardian of democracy; to forget whatever it was necessary to forget, then to draw it back into memory again at the moment when it was needed, and then promptly to forget it again: and above all, to apply the same process to the process itself.
That was the ultimate subtlety: consciously to induce to unconsciousness, and then, once again, to become unconscious of the act of hypnosis you had just performed
Mi ha sorpreso la lucida chirezza di Orwell. In pochissime parole… sono mostrate tutte le armi. Vedo le vittime… tutti i giorni. Allora, ho ricollegato questo passo a quanto letto qualche giorno prima in questo interessantissimo blog (complimenti infiniti agli autori) IdeasHaveConsequences che cito:
Tratto dal dialogo finale del film “The Fountainhead”
L’uomo è nato inerme, ha un’unica arma, la sua mente, senza di essa non potrebbe sopravvivere. Ma la mente è un attributo dell’individuo, non c’è e non si può concepire una specie di cervello collettivo. L’uomo che pensa deve pensare e agire da sé. Come può lavorare se è sottoposto a costrizioni di ogni genere? E’ impossibile subordinarlo a bisogni, opinioni o desideri di altri. Nessuno ha il diritto di sacrificarlo.
Chi crea si basa sul proprio giudizio. Il parassita segue l’opinione degli altri. Chi crea pensa, il parassita copia. Chi crea produce, il parassita ruba. Chi crea si volge alla conquista della natura, il parassita alla conquista degli uomini. A chi crea, va data indipendenza, egli non comanda e non serve nessuno. Tra lui e gli altri c’è un libero scambio, una libera scelta. Il parassita cerca il potere e tenta di livellare gli uomini in una condizione comune, in una comune schiavitù e pretende che l’uomo debba essere uno strumento ad uso degli altri, debba pensare come pensano gli altri, agire come gli altri, che debba annullarsi in una servitù senza gioia.
Guardate la storia: ogni conquista, ogni bene che possediamo deriva dall’opera indipendente di una mente indipendente. Ogni barbarie o decadenza nasce dal tentativo di fare degli uomini automi senz’anima, senza cervello, senza diritti personali, volontà, speranza, dignità. E’un antico conflitto. Oggi ha un altro nome: l’individuale contro il collettivo.
L’azione creativa individuale come piccolo fuoco di Prometeo. Io ci credo. Non so in quale nodo del mio diagramma sarà… ma il mio istinto mi dice che porta nella direzione giusta. Grazie a IHC.
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Scopri le fotografie inedite dell’evento cinematografico di Workstation Srl “The Fountainhead”