
La società Metronet, che gestiva la manutenzione di 9 linee su 12 della metro di Londra, ha fatto default. A luglio, dopo l’emersione di un buco di bilancio di 1,3 miliardi di pound, la società è finita in amministrazione controllata. L’amministratore pro-tempore ha accertato che 0,9 miliardi di deficit erano dovuti a malagesionte e 0,4 ad extra-costi, così l’amministratore ha provveduto a versare 0,4 miliardi dalle casse pubbliche dell’amministrazione metropolitana di Londra nelle casse di Metronet e ha rimesso il mandato nelle mani del nuovo CdA. Il nuovo CdA ha constatato l’impossibilità a continuare la fornitura del servizio e, infine a luglio, ha dichiarato fallimento.
In questa breve storia della fine di Metronet ci sono alcune cose del tutto ignote per noi italiani:
1. Una società a capitale partecipato pubblico/privato ha dichiarato fallimento
2. L’intera vicenda è durata 3 mesi
Ma c’è un’altra faccenduola… Il sindaco Livingstone ha fatto poche dichiarazioni pubbliche, tutte sul tenore “sono rammaricato per i disagi e le perdite economiche causate dal collasso di Metronet” e ha firmato un accordo per garantire il maggior reimpiego possibile degli ex-dipendenti Metronet nella società che subentrerà nella gestione della manutenzione della metro. Nonostante ciò, a torto o a ragione… non ne ho idea, i dipendenti Metronet, col supporto della loro industrial union, che sarebbe il nostro sindacato di categoria, hanno indetto uno sciopero di 72 ore cui ha aderito il 100% dei dipendenti.
Ora… questo è uno sciopero con le palle! Altro che quelle mezze cacatine di scioperini pallidi, con le fasce di garanzia, gli stracci penduli e le caccavelle… che abbiamo (in continuazione) in Italia. Non che sia sorpreso… tutt’altro. La credibilità dei sindacati italiani è nulla, quindi immagino che non abbiano il benchè minimo piglio e forza per proclamare un tale sciopero.
Penso ai lavoratori. Penso che i lavoratori italiani sono incredibilmente vicini alla schiavitù anche per l’incapacità di proclamare azioni del genere. Una categoria mette in ginocchio una città di 9 milioni di abitanti, larga 80 km dove nemmeno la metà della popolazione ha un mezzo proprio, per… difendere i propri interessi.
Così si fa uno sciopero!
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Sorvolando sulla “ragione o torto” dello sciopero che non ci è data sapere, sono d’accordo con te: così si fa uno sciopero! Si fa per una questione aziendale concreta (e non per solidarietà o dare improbabili segnali politici di agitazione della base elettorale, una minchiata italiana non so dove altrimenti replicata), si fa di comune accordo, si fa ben pesante… e non uno stillicidio di scioperelli di categoria o subcategoria o clan ogni due per tre.
Questo strumento (alla fine giusto contrattualmente: se uno viola accordi non vedo perché lavorare per lui) principalmente delle sinistre che si dichiarano paladine dei lavoratori, in Italia è uno dei vari morti del doppismo intellettuale delle sinistre stesse: l’abuso lo ha snaturato, lo ha svilito, sia come segnale che come partecipazione.
Sicuramente però per sfruttare la possibilità di bloccare una città occorre un certo senso critico e di responsabilità anche da parte dei lavoratori, e su questo per il caso italiano mi permetto qualche dubbio, non perché i lavoratori siano “irresponsabili” (sono anche io un lavoratore) ma èerché è generalmente “irresponsabile” l’italiano in sé. Forse le fasce di garanzia andrebbero tolte, sì, ma non la possibilità che i cittadini siano avvisati di quanto accadràil giorno prima.
Ero a Milano quando è stato indetto lo sciopero selvaggio del 2003 di autobus e metro; ritengo “criminale” far fare ad un povero cristo mezzora d’auto per arrivare alla metro e fargliela trovare chiusa, ma pure fare alzare me alle 6:30 e dirigere a una fermata d’autobus e aspettare invano.
Non vorrei che le forme adulcorate di sciopero che si hanno in Italia siano in realtà un bilanciamento dell’irresponsabilità congenita negli Italiani.
Mah. Lo sciopero, come la serrata, si profila secondo me come una violazione di un obbligo contrattuale.
A proposito del preavviso dato… Lo sciopero e’ iniziato ieri sera alle 18. Alle 17:30 ancora non si sapeva se lo sciopero ci sarebbe stato oppure no. In giro per Londra c’e’ un po’ piu’ di traffico del solito, ma niente scene di panico.
LF perche’ dici violazione del contratto? A parte il fatto che probabilmente i lavoratori Metronet il contratto non ce l’hanno nemmeno piu’ dato il default. Se un’azienda fa 1,3 miliardi di passivo per malagestione e’ giusto che fallisca (altro che Alitalia) ma che colpa ne hanno i dipendenti?
Non conosco il caso specifico. Ma chi paga i dipendenti? Probabilmente il contribuente, e i lavoratori cercano di rimpiazzare le perdite a spese dei secondi, sapendo che il datore di lavoro pubblico cede volentieri perchè tanto i soldi non sono suoi. Perlomeno è quello che succederebbe in Italia. Un altro possibile problema è che sfruttano un privilegio legale (essere gestori monopolistici) per avere privilegi economici.
Parlo dello strumento in generale: se si ha un contratto di lavoro e l’imprenditore viola gli accordi o si nega ad una loro periodica revisione (secondo una procedura o una prassi già definita), essendo alle condizioni presenti i lavoratori non disposti a lavorare, non vedo perché i lavoratori non debbano astenersi dal lavoro almeno come dimostrazione all’imprenditore che o adempie i suoi obblighi o si trova altri lavoratori.
Chiaramente, se lo sciopero è solo un’arma di ricatto facendo leva sull’impossibilità di rimpiazzo dei lavoratori, sulla rigidità delle norme per assunzione/licenziamento e sulla strategicità del servizio in oggetto, dovrebbero essere i lavoratori a venir sanzionati.
Non sto parlando del caso preciso perché non ho informazioni, e non so perché sia stato indetto sciopero. Pongo solo fiducia sul fatto che prima che un “nordico” blocchi proditoriamente una città come Londra, abbia un buon motivo che non sia il “far dispetto” al politico tramite il disservizio ai cittadini. Se questo è il caso di Londra, be’ che vadano a quel paese anche loro.
Il caso specifico e’ che il bubbone Metronet era nato negli anni ‘90 quando all’improvviso l’amministrazione comunale si rese conto del dopo 100 anni era il caso di mettere mano al portafogli ed ammodernare la metro.
Ma apparve subito chiaro che i costi sarebbero stati mostruosi (motivo per cui nessuno vi mise mano) senza gli schiavi delle colonie.
In realta’ i dipendenti Metronet pagano la malagestione di 100 anni, e con loro i 5 milioni di cittadini londinesi che usano la metro tutti i giorni.
C’e’ una componente del crack Metronet che e’ stata lievemente strumentalizzata dai media contro il sindaco Livingstone, ma niente in confronto a quello che sarebbe successo in Italia, perche’ i ruoli sono ben distinti.
Metronet aveva il capitale al 35% pubblico ed ha fatto bancarotta. C’e’ un Ceo responsabile. Il sindaco non c’entra niente. Tra l’alto non fu neanche Livingstone a firmare l’accordo sul capitale misto.
Questa mentalita’ non appartiene all’Italia.
Su un appalto da 9 miliardi all’anno si sarebbero buttati tutti i partiti, tutte le mafie, tutte le gang ecc ecc… e di 9 miliardi sborzati dallo Stato, 0,5 sarebbero arrivati all’utenza ed il resto sarebbe finito in mazzette…
Nella temperie di corruzione e mala-politica, mal-investimento, commistione, conflitti di interessi multi-livello ecc ecc… lo sciopero e’ ad alto rischio strumentalizzazione da tutte le parti.
Forse… come dice Leonardo, in Italia si fanno questi scioperini delle carabattole prorpio per la doppia morale anarchica che ci contraddistingue… il bene proprio sempre sopra al bene pubblico.
O meglio… bene comune.
Nel mondo anglosassone falliscono anche i privati… da qui a far fallire una società partecipata dallo Stato il passo è minimo e logico.
E forse anche in questo risiede qualcuna delle storture italiane che Prometeo identifica in una contrapposizione perniciosa tra bene individuale e comune, e che io definisco “irresponsabilità” degli italiani; direi che questo è da esplorare, perché io non credo che un sostanziale edonismo sia nocivo alla collettività, ma questo vale solo se il costo di una scelta ricade sul decisore, e non se viene impunemente “socializzato” come accade in Italia.
Il mio bene dipende da quanto è avido il macellaio, perché verrà incontro al mio desiderio prezzo/qualità pur di vendere carne… se però una scarsa domanda dovuta al prezzo troppo alto della carne viene compensata da sussidi finanziati con tasse che io, incoscientemente, pago, chiaramente l’avidità del macellaio diventa solo fonte di impoverimento per me a suo netto vantaggio.
Questo schema si applica anche al fatto che Alitalia (come la Fiat del tempo, sempre che sia vera questa sua rinascita) non possono fallire.
Il mio bene dipende da quanto è avido il macellaio, perché verrà incontro al mio desiderio prezzo/qualità pur di vendere carne… se però una scarsa domanda dovuta al prezzo troppo alto della carne viene compensata da sussidi finanziati con tasse che io, incoscientemente, pago, chiaramente l’avidità del macellaio diventa solo fonte di impoverimento per me a suo netto vantaggio
Il macellaio Michele era in contatto con Primo ed Aldo, 2 allevatori della sua provincia, li chiamava al telefono o li visitava e mandava Luca il garzone con la motocarrozzetta a prendere i quarti di manzo tre volte alla settimana.
La carne costava cara, e Vittorio il professore la poteva comprare per la sua famiglia solo 2 volte alla settimana, ma in compenso, era assai buona.
Allo stesso tempo pero’ Michele guadagnava meno di Vittorio e per le sue vacanze, Michele portava la famiglia in treno al mare e non poteva comprare la Fiat Balilla con cui Vittorio portava la sua famiglia in vacanza all’estero, mentre Luca andava al mare ad Ostia in bicicletta. Gli allevatori Primo e Aldo vivevano sereni sulle loro colline curandosi del loro bestiame e all’eta’ di 45 anni non avevano mai visto il mare e nemmeno erano mai stati nella capitale.
Fabio, fratello di Luca va a scuola dove insegna Vittorio. Vittorio insegna cose molto difficili e Fabio fa molta fatica, ma studiando 8 ore al giorno, all’era di 24 anni si laurea e va a lavorare in una grande azienda. Il titolare della grande azienda ha idee rivoluzionarie e moderne. Viaggia moltissimo, ha una flotta di arei privati ed e’ conosciuto in tutto il mondo. Fabio fa carriera in fretta e a 35 anni compra una casa a 4 piani con attico panoramico nel centro della capitale. Luca invece va ancora in giro con la motocarrozzetta…
Purtroppo pero’ il titolare dell’azienda di Fabio muore in un incidente aereo e l’azienda viene data in mano a manager dalle dubbie capacita’. Inoltre grandi aziende straniere comprano pezzi della grande azienda italiana e spostano molti dipartimenti all’estero. Riducono i salari e quando Fabio viene messo in pensione anticipata a 55 anni si ritira nella sua grande casa.
Luca va sempre in giro in motocarrozzetta, ma fa ogni sforzo per mandare suo figlio Nando alla stessa scuola del fratello Fabio. Nando e’ meno brillante di Fabio e Vittorio e’ ormai vecchio, ma continua ad insegnare le stesse cose insegno’ a Fabio. Nando si laurea a 30 anni e viene assunto dopo alcuni da quel che rimane della grande azienda dove lavoro’ Fabio, grazie proprio all’interessamento di Fabio. Ma Nando guadagna come Luca, suo padre, che va ancora in giro in motocarrozzetta.
Nel frattempo Aldo e Primo sono invecchiati e stanchi di curare il bestiame, e avevndo avuto solo figlie femmine, vendono, per garantirsi una vecchiaia appena decorosa, i loro allevamenti al contadino francese Auchan che va in giro in Lamborghini.
Il contadino Auchan chiude l’allevamento di Aldo e ingrandisce quello di Primo e vi porta molto piu’ bestiame. Le nuove mucche crescono piu’ in fretta, hanno corporatura piu’ grande, ma il gusto della loro carne e’ un po’ diverso.
Auchan va da Michele il macellaio e gli propone un accordo commerciale per cui a fronte di un pagamento mensile costante, lui vendera’ esclusivamente la sua carne ed in piu’ a fine stagione avra’ in regalo una fiammante Fiat Balilla.
Michele e’ contento e accetta. Anche perche’ cosi’ potra’ evitare di stare tutto il giorno al banco e potra’ portare la famiglia in giro in macchina. Al banco finalmente subentra Luca.
Vittorio va a comprare la carne, e la trova finalmente a tale buon mercato che la compra tutti i giorni e sebbene non sia buone come quella di una volta… Vittorio e’ contento di potersi finalmente permettere la carne tutti i giorni.
Chi ha guadagnato e chi ha perso?
In realta’ e’ OT
Ha attinenza con l’idea di bene privato e comune
mi spiace ma una storia così non può essere presa come un modello della realtà; Marx ha scritto un libro enorme con questa tecnica e guarda cosa ha combinato.
Il mio esempio era mirato a parlare dell’intromissione dello stato. E comunque la tua storia fissa dei giudizi di valore sul trade off qualità/quantità che tu non puoi dare per scontati
Hai ragione Leonardo… è che ogni tanto mi scappa una stronzata pure a me
Era più un ragionare a voce alta.
tu hai un po’ un focus (o una fissa, dipende dai punti di vista) con il bene privato/comune; mi piacerebbe vedere un tuo lavoro organico, un articolo o paper come preferisci, in materia da pubblicare qui e su IHC.
di sicuro non sarò d’accordo con alcuni contenuti, ma credo valga la pena parlarne. how about?
Ti ringrazio per l’invito… in realta’ lo sai.. mi piacerebbe e sto lavorando ad un mega-post (a puntate) che sta diventando un libro, gia’ da alcuni mesi.
Ma… pare che per qualche ragione dopo i miei commenti “non cresce piu’ l’erba”. Allora non mi va di postare su un blog tra l’integralista ed il purista. Magari le mie posizioni non sono condivisibili, o sono solo mie, o sono anche banali.
Ma non suscitano discussione.
Io continuo a invitarti, anche perché io con te discuto
abbiamo ancora a metà un paper sulla dipendenza di BCE dai governi o viceversa
[...] un fantastico esempio qui), soprattutto rispetto a quanto si vede all’estero (come discute qui sempre Prometeo), hanno una natura fortemente politica extracontrattuale (prova di forza dei [...]